Uno dei nostri soci fondatori, ci “porta dentro” un’importante analisi degli scenari internazionali di stretta attualità, dove il cambiamento climatico, il dramma dello scioglimento dei ghiacci, confinano con la politica della Grolenadia e con il rientro di Trump in scena.
La Groenlandia sotto scacco americano cerca nuove risorse e nuovi asset
Di Leonardo Parigi
La Groenlandia volta pagina con le recenti elezioni parlamentari che hanno segnato un’importante svolta politica. Il partito di opposizione Demokraatit, di orientamento social-liberale e di centro-destra, ha ottenuto il 29,9% dei voti, affermandosi come la principale forza politica del Paese. Questo risultato rappresenta un notevole incremento di oltre il 20% rispetto alle precedenti elezioni del 2021 e ha garantito al partito 10 seggi nell’Inatsisartut, il parlamento groenlandese. “Non ci aspettavamo questo risultato, siamo molto felici,” ha dichiarato il leader del Demokraatit, Jens Frederik Nielsen, intervistato da KNR. “Anche se le elezioni sono terminate, il lavoro politico inizia ora.
La Groenlandia ha bisogno di unità in questo momento di grande interesse esterno, quindi avvieremo trattative con tutte le forze politiche”, ha aggiunto Nielsen. Nielsen si è inoltre distinto come il politico più popolare dell’isola, avendo raccolto ben 4.850 voti personali (pari al 16,9% del totale). In confronto, Múte B. Egede, presidente uscente del governo groenlandese Naalakkersuisut e leader di Inuit Ataqatigiit (IA), ha ricevuto 3.276 preferenze (l’11,4%). Il secondo posto nelle elezioni è stato conquistato dal partito di opposizione Naleraq, di orientamento centro-populista, che ha ottenuto il 21,4% dei voti, registrando una crescita del 12,5%. Questo risultato ha portato a 8 il numero dei suoi seggi in parlamento.
Gli ultimi sondaggi politici vedevano una sostanziale maggioranza schiacciante per l’indipendenza della Groenlandia dal Regno di Danimarca. Il punto non è se, ma quando. La sorpresa delle urne deriva proprio da qui. Demokraatit si è distinto dagli altri partiti non per una diversa volontà (cinque partiti su sei che hanno partecipato alle elezioni, sono pro-indipendenza), ma per diverse tempistiche e modalità. Nielsen ha spiegato chiaramente che il sogno di una totale autonomia della Groenlandia non possa prescindere da una solidità economica e da una normalizzazione delle relazioni internazionali, e il turismo potrebbe favorire la sua posizione. All’inizio dello scorso dicembre, a Nuuk è stata inaugurata la nuova pista dell’aeroporto commerciale che porterà nell’isola migliaia di nuovi visitatori, soprattutto nel periodo estivo. E due nuovi scali aeroportuali verranno inaugurati nei prossimi tre anni, ampliando ulteriormente una fetta di economia che può essere un valido motore di cambiamento. Certamente le sfide non mancano, anche perché il rischio che alcune aree più popolate si trasformino rapidamente in una Disneyland di ghiaccio, è concreto.
I ricercatori del “Geological Survey of Denmark and Greenland” riportano che a fine 2024 la calotta glaciale groenlandese continua inesorabilmente il suo scioglimento. Dall’estate del 2023, la calotta glaciale ha perso circa 80 gigatonnellate, anche se le forti nevicate estive hanno ridotto per un po’ lo scioglimento superficiale. Il ghiaccio, secondo i ricercatori, è diminuito nel suo volume per il 28esimo anno consecutivo, e l’impatto del cambiamento climatico si fa sentire fino a tre volte in più rispetto alle nostre latitudini.
Oltre alle questioni ambientali ed economiche, la volontà di Trump di ottenere il controllo anche formale della Groenlandia potrebbe non essere affatto un bluff, vista la spinta decisa della Casa Bianca in questa direzione. E questo anche a discapito del fatto che solo l’1% degli statunitensi, secondo un recente sondaggio, abbia un qualche interesse nella politica di possesso dell’isola. Ma Trump ha una visione di chiusura del continente (non in senso di isolazionismo, quanto piuttosto di voler stabilire ampie zone di confine più distanti dalla geografia specifica degli Usa) che punta direttamente in questa direzione, e i prossimi mesi vedranno Nuuk più volte sulle prime pagine dei giornali.
La Groenlandia si appresta così a vivere una nuova fase politica caratterizzata da un rinnovato equilibrio di poteri e da importanti decisioni strategiche per il futuro dell’isola artica. Nonostante il nuovo presidente degli Usa abbia più volte ribadito in maniera anche molto esplicita la sua volontà, chiaramente risulta difficile immaginare che Washington possa forzare così tanto la mano a uno stato alleato come la Danimarca per impadronirsi di un suo territorio. In barba, peraltro, a qualsiasi diritto internazionale o accordo specifico. Ma Donald Trump ci sta dimostrando quanto la visione statunitense sia più in linea con la fase di creazione di uno stato, quello americano, che noi diamo per ormai costruito e strutturato. I tempi europei e italiani, rispetto a quelli d’oltreoceano, sono ben diversi, e raccontano una proiezione mentale di “noi” e di “loro” molto differente. Durante la visita del nuovo segretario generale della Nato Mark Rutte alla Casa Bianca il 13 marzo, Trump ha ribadito la sua plastica visione, affermando che “abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza nazionale e internazionale. Sono state delle elezioni positive per noi. Dovremo fare un accordo con loro, e la Danimarca è molto lontana da lì… La Nato potrebbe essere coinvolta, noi abbiamo già un paio di basi sul territorio, potreste vedere molti più soldati americani presto in Groenlandia”.