Adriano Fabris. Comunicare bene.

Comunicare bene, comunicare oggi

Etica, media e scenari futuri, l’intervista ad Adriano Fabris

Di Annalisa Stretti

“…Come essere umani, il comunicare ci viene naturale…” essendo così, forse, non ci pensiamo, comunichiamo sempre, abbiamo sempre comunicato. Ma cosa vuol dire comunicare bene, e perché ne abbiamo necessità?  Come definiamo quella parte di studio, altrettanto necessaria, che va sotto il nome di Etica della comunicazione?

Ne abbiamo parlato con Adriano Fabris professore ordinario di Filosofia morale all’Università di Pisa, dove insegna anche Etica della comunicazione, Direttore del Centro di ricerche e di servizi sulla comunicazione del Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere (CICo), e dell’Istituto di ricerche “ReTe” presso la USI (Università della Svizzera Italiana) di Lugano. Presidente della Consulta Filosofica Italiana.

Fabris, autore di numerosissimi, è stato anche Presidente della Commissione per l’educazione alla Cittadinanza digitale. Ovviamente non potevamo farci sfuggire l’occasione, in questa intervista, per toccare temi come: alfabetizzazione mediatica, I.A., le continue piccole e grandi rivoluzioni che stanno attraversando i media.

Professor Fabris tra le discipline che insegna, c’è Etica della comunicazione. Le chiedo un breve inquadramento della materia: su cosa si basa e che obiettivi si pone.

L’etica della comunicazione è la disciplina che studia che cosa vuol dire “comunicare bene” in tutti gli ambiti in cui comunichiamo (ad esempio, la comunicazione parlata o scritta, quella analogica o digitale, quella online o offline, ecc.). È la disciplina, poi, che identifica i criteri che ci permettono di orientarci per il meglio nelle nostre scelte comunicative e che giustifica l’uso di principî comuni e condivisi per compiere queste scelte. Detto così, sembra un discorso complesso. Ma ogni volta che comunichiamo, scegliamo più o meno esplicitamente che cosa è meglio fare per comunicare bene. Ci riferiamo ad esempio alla necessità di essere compresi, oppure al bisogno di una comunicazione efficace, o ancora alla volontà di condividere qualcosa d’importante con gli altri. Ciò che permette tutto questo, e il modo in cui lo mettiamo in opera, è appunto l’oggetto dell’etica della comunicazione.

Nel suo libro Etica della comunicazione, pubblicato qualche anno fa, ragiona su cosa significhi comunicare bene. Cosa vuol dire, oggi, in uno scenario in cui la comunicazione è cambiata e continua a mutare in modo velocissimo, comunicare bene?

Oggi viviamo nell’epoca in cui la comunicazione è sempre più mediata da dispositivi tecnologici. Pensiamo al nostro smartphone. Tali dispositivi, con i loro programmi, modificano la nostra attività comunicativa e, in certi casi, agiscono al posto nostro. Comprendere questo, e valutare se il loro agire è sempre anche ciò che noi vogliamo, è uno dei compiti, oggi, dell’etica della comunicazione.

MediaLab, neonata associazione, si impegna nella promozione dell’alfabetizzazione mediatica, convinta che solo capacità critica e conoscenza degli strumenti che abbiamo a disposizione possano favorire un’informazione corretta. Dal suo osservatorio qual è il livello delle competenze mediatiche ormai indispensabile per leggere e decodificare un qualsiasi contenuto, nella nostra popolazione?

Purtroppo non è molto elevato. Dal momento che, come esseri umani, il comunicare ci viene naturale, sembra anche che siamo sempre in grado di farlo con competenza. Invece non è così. E tale competenza, già nel parlare e nello scrivere, a scuola s’insegna sempre meno. Figuriamoci per i modi di comunicare che sono propri del nostro essere cittadini del web.

Ad inizio del 2025, abbiamo visto META abolire le attività di fact-checking, Deepseek scompigliare le carte al tavolo dei BIG dell’I.A., alcune note testate come L’Internazionale e The Guardian lasciare la piattaforma X. Cosa ne pensa? Dove stiamo andando? Abbiamo gli strumenti per governare questa continua rivoluzione senza cadere nella peggiore disinformazione, nel mettere a rischio la democrazia? E come vede il futuro della comunicazione?

Abbiamo bisogno di mantenere su di un piano pubblico, per quanto possibile, un controllo degli sviluppi tecnologici, senza delegarlo alle grandi companies private, che sono ovviamente mosse da criteri economici e dal perseguimento di un vantaggio. Per far questo sono necessarie regole condivise. Alcuni Stati e Comunità (come l’Unione Europea) le hanno elaborate e introdotte nel loro territorio. Stiamo vivendo però un momento in cui ci si ribella proprio a tale regolamentazione, in nome di una libertà, per quanto riguarda lo sviluppo tecnologico, che risulta solo apparente. Il risultato rischia di essere la crisi della democrazia per come l’abbiamo finora conosciuta, nonché l’aumento delle diseguaglianze sociali.

L’Università di Pisa è stata la prima Università Italiana a siglare un accordo con OPEN AI. Insieme, collaboreranno per definire il futuro utilizzo dell’intelligenza artificiale nella didattica, nella ricerca e nelle attività amministrative. L’alleanza nasce a seguito dell’acquisizione da parte dell’Ateneo della licenza per l’uso di ChatGPT Edu. Cosa pensa di questa sinergia?  Non potremo più fare a meno dell’intelligenza artificiale? Vede più rischi o più benefici nel suo utilizzo?

L’intelligenza artificiale è qualcosa con cui dobbiamo comunque convivere. Dobbiamo però farlo in maniera corretta, consapevoli dei rischi e delle opportunità che essa ci offre. Il rischio più grosso è la possibilità di essere sostituiti da programmi non solo nelle nostre attività, ma in alcuni modi di pensare tipicamente umani. L’opportunità si sfrutta solo se da tali programmi il nostro agire viene affiancato e potenziato. La condizione è che l’essere umano resti al centro degli sviluppi tecnologici, e non sia invece concepito in funzione di essi.

Non crede che in uno scenario cosi complesso il mondo della formazione, a partire dalla scuola, dovrebbe fare qualcosa in più e pensare all’introduzione di materie che educhino alla comunicazione, al suo uso, alla comprensione dei contenuti in materia mirata?

Gli strumenti per una formazione all’altezza delle sfide del nostro tempo ci sono. Nelle scuole si può già insegnare, sulla base delle Linee guida per l’educazione civica, i modi corretti per essere cittadini degli ambienti digitali. E ora lo stesso Ministero dell’Istruzione e del Merito ha intenzione di elaborare altre linee guida per una didattica che si avvalga dell’intelligenza artificiale. Bisogna però cogliere queste opportunità e operare davvero in tal senso.

In ultimo, qual è la prima cosa che dice agli studenti del primo anno quando inizia a parlare di Comunicazione?

Dico che la storia della comunicazione procede per aggiunte e non per sostituzioni. Non abbiamo smesso di parlare quando abbiamo iniziato a scrivere, non abbiamo smesso di guardare la televisione quando abbiamo cominciato a navigare su Internet. Tutte queste modalità del comunicare, però, richiedono un’adeguata competenza e la capacità di fare le scelte giuste. Perciò, se i nostri nonni avevano a che fare con meno modalità comunicative e, dunque, con meno problemi per gestirle, gli studenti di oggi, per raggiungere una vera competenza etica, oltre che comunicativa, devono impegnarsi molto di più. E auguro loro buon lavoro.