Di Damiana Biga
Evoluzione umana e tecnologia: intervista al ricercatore Emiliano Bruner, promotore dell’integrazione tra antropologia evoluzionistica e neuroscienza. Si parla del primo cyborg, che probabilmente risale a 2 milioni di anni fa, di conoscenza e coscienza collettiva e di alfabetizzazione mediatica, intesa come dovere, sociale e istituzionale.
MediaLab ha incontrato Emiliano Bruner, ricercatore del Dipartimento di Paleontologia nel Museo Nazionale di Scienze Naturali di Madrid e ricercatore affiliato del Centro di Ricerca sulle Malattie Neurologiche di Madrid. Con una formazione in biologia e un dottorato in biologia animale, Bruner è un pioniere nello studio della paleoneurologia e dell’archeologia cognitiva, concentrandosi sull’evoluzione del cervello umano e promuovendo l’integrazione tra antropologia evoluzionistica e neuroscienza.
Nel suo lavoro, Bruner esplora i legami tra scienze cognitive e tecnologia, ponendo domande fondamentali sull’evoluzione della mente umana e sul nostro rapporto con l’ambiente e le innovazioni tecnologiche. Questa prospettiva unica lo rende una voce essenziale per riflettere sul futuro di Homo sapiens nell’era dell’intelligenza artificiale e della realtà aumentata.
Lo intervistiamo oggi per capire come l’alfabetizzazione mediatica possa integrarsi con la conoscenza antropologica per aiutare le nuove generazioni a navigare in un mondo sempre più tecnologico, senza perdere il legame con la propria natura umana.
Il cervello umano si è evoluto per adattarsi a nuovi ambienti e strumenti. Pensa che le attuali tecnologie digitali stiano modificando la nostra struttura cognitiva o le nostre capacità di pensiero critico?
Sicuramente. Come tutte le tecnologie. L’essere umano si è specializzato probabilmente per estendere le proprie funzioni cerebrali e cognitive a elementi esterni al corpo, periferici, elementi che chiamiamo “strumenti”. Deleghiamo funzioni sensoriali e cognitive a queste estensioni tecnologiche, ampliando così le nostre capacità mnemoniche, di calcolo, di percezione, linguistiche o spaziali.
Quando entriamo in contatto con uno strumento, lo integriamo nella nostra struttura corporale, e poi nel nostro schema mentale. Spesso pensiamo ai cyborgs come ibridi tra umani e macchine, ma il primo cyborg probabilmente lo troviamo 2 milioni di anni fa, quando un ominide ha afferrato una pietra e ha scoperto che, estendendo il suo corpo con quell’oggetto, poteva sentire, agire, e pensare differentemente. Il successivo sviluppo ecologico, sociale, e cognitivo di quelle specie che hanno investito in questa “capacità protesica” è dipeso non più dal solo cervello, ma da un sistema molto più complesso dove il corpo e la tecnologia sono parte del processo mentale. Probabilmente tutto questo è avvenuto, in grado distinto, in tutte le specie del genere umano. Ma è nella nostra specie, Homo sapiens, che questa specializzazione è stata davvero estrema.
È quindi normale che tutte le innovazioni tecnologiche cambino il nostro processo cognitivo, ed è proprio questa l’abilità che ci ha permesso espanderci nel pianeta come nessun primate aveva fatto prima, e raggiungere livelli di complessità culturale e sociale incredibili. E ad ogni aggiunta tecnologica il cervello non perde capacità, solo si riconfigura, dedicandosi ad altre funzioni, spesso associate alla gestione di queste periferiche esterne, e delle informazioni che ci permettono di aggiungere al processo cognitivo. Ovviamente una specializzazione come questa è un’arma potente e, come tutte le armi potenti, un uso improprio può essere davvero pericoloso. Gli uccelli si sono specializzati nel volo, ed ogni giorno ne muoiono a migliaia schiantandosi contro un albero o contro una roccia. Chi vola alto può davvero cadere molto lontano.
L’alfabetizzazione mediatica è un modo per allenare il pensiero critico. Quali elementi delle capacità cognitive umane possono essere potenziati o messi a rischio dall’interazione costante con le tecnologie digitali?
Certamente. Come sempre. Non è mai consigliabile usare una tecnologia potente e complessa senza aver letto il manuale di istruzioni. Nessuno si sognerebbe di mettere al volante in piena autostrada qualcuno che non sa guidare, di buttare nell’oceano qualcuno che non sappia nuotare, o di farsi operare al cuore da un chirurgo improvvisato.
Il problema con le tecnologie digitali è invece che le diamo per scontate: non richiediamo nessuna garanzia per poter maneggiarle o poter accedere alle loro funzioni. Assurdo. Da un lato, questa situazione si deve a una certa superficialità: pensiamo che chiunque possa controllare sufficientemente queste risorse complesse. Ma soprattutto c’è ovviamente un conflitto di interessi con il mercato: a molte (troppe) aziende viene bene che l’utente non sia competente, non sia autonomo, non sia cosciente nel suo consumo. Evidentemente il problema è in due direzioni: se da una parte c’è un sistema istituzionale ed economico che non si sforza per generare una consapevolezza delle risorse, dall’altra ci sono le persone, gli utenti, i clienti, che accettano questa situazione lasciandosi manipolare, a volte per ingenuità, a volte perché preferiscono una vita senza troppe domande.
Nel suo illuminante libro Fuga dalla libertà Eric Fromm spiega perfettamente come troppo spesso gli esseri umani preferiscono rinunciare alla propria autonomia per non doversi trovare di fronte alla responsabilità di esser liberi, un vuoto che, per molti, è difficile da gestire. L’alfabetizzazione mediatica è un dovere, sociale e istituzionale. Ma non bisogna dimenticare i limiti intrinseci della nostra società: colossi multinazionali che remano contro, e una consistente percentuale di persone che non vogliono essere alfabetizzate.
E allora l’impegno dovrebbe forse essere quello di riuscire a rendere la possibilità di conoscenza e consapevolezza disponibile a tutti coloro che volessero intraprendere un percorso di formazione, ma sapendo che ci sono limitazioni culturali e psicologiche che vanno considerate. Il che non vuol dire rinunciare alle utopie: un orizzonte non è mai raggiungibile, ma è comunque necessario per mostrare il cammino.
Nel suo studio sulla paleoneurologia, cosa ci insegnano i nostri antenati sulla capacità di adattarsi a cambiamenti culturali e tecnologici? Quali lezioni possiamo applicare oggi?
L’evoluzione del genere umano ha due milioni di anni di storia. Abbiamo visto che diversi ominidi estinti (molti dei quali non sono stati poi nostri antenati, ma storie parallele e alternative) hanno incrementato questa capacità di trasferire parte delle funzioni cognitive alla tecnologia. Prima c’erano specie che utilizzavano occasionalmente gli strumenti. Poi questo uso è diventato abituale. Infine, negli ultimi 300 000 anni, è diventato obbligatorio. “Obbligatorio” vuol dire che la nostra ecologia, la nostra società, e la nostra cognizione, dipendono dagli strumenti. Senza strumenti, non esiste la nostra nicchia ecologica, né quella sociale, né quella cognitiva. Nella nostra specie, Homo sapiens, questa capacità e questa dipendenza hanno presentato un aumento esponenziale. Non solo nel livello di complessità, ma anche nella velocità del cambiamento. In questo senso non possiamo imparare molto dai nostri antenati, che non si sono mai trovati in un processo di aumento del tasso tecnologico come il nostro.
Homo erectus aveva una dimensione cerebrale che era quasi la metà della nostra, strumenti semplici, e una densità demografica limitata. Ma è riuscito a stare a galla su questo pianeta per un milione e mezzo di anni. Senza troppi cambiamenti. Un vero campione, tutto un successo evolutivo. Noi invece abbiamo invaso tutto il pianeta, ci troviamo con seri problemi di sovrappopolazione, e abbiamo una tecnologia che cambia ogni giorno. E siamo qui solamente da centomila anni. Difficile prevedere quello che potrà succedere, e sicuramente bisognerebbe procedere con molta più cautela di quella possediamo per la nostra stessa natura di primati compulsivi e insoddisfatti.
L’evoluzione naturale ci ha selezionati per essere voraci ed emozionali, ma le sue priorità non sempre vanno d’accordo coi principi del benessere individuale. Si creano conflitti tra gli interessi dell’evoluzione e quelli dell’individuo, e il conflitto finisce, come sempre, male. Senza contare che anche quella selezione evolutiva ci aveva programmati per un ambiente molto distinto da quello in cui viviamo, e non stiamo essendo capaci di gestire la differenza. Una lezione dai nostri antenati di fatto potrebbe essere poco allettante: tutte le specie, prima o poi, si estinguono. Incluso il sempiterno Homo erectus, alla fine, non ha retto.
Toccherà quindi anche a noi, non c’è dubbio. Ma non c’è comunque ragione per aver fretta, e per voler accelerare il processo. Visto che siamo qui, dovremmo cercare di starci bene, o comunque il meglio possibile. Questo però richiede consapevolezza, capacità di osservazione, valori sinceri, e un distacco dai nostri modi compulsivi ed emozionali. Tutte qualità che si possono trovare in molti individui, ma in genere non nelle masse, nei popoli, nei gruppi. La formula quindi dovrebbe necessariamente essere mista: da un lato, l’impegno sociale e istituzionale, indiscutibile. Dall’altro, una sana attitudine individuale, di crescita e di sviluppo, per poter vivere la nostra vita al meglio che possiamo.
Le tecnologie come l’intelligenza artificiale e le interfacce cervello-macchina potrebbero alterare il nostro concetto di coscienza e identità. Come possiamo prepararci, soprattutto educando i giovani, a gestire questi cambiamenti con consapevolezza?
Sicuramente, ma non è nulla di nuovo, è già successo con l’invenzione del treno, delle fabbriche, degli occhiali, della ruota e del fuoco. Siamo primati sociali, il gruppo è la vera unità evolutiva. Pensiamo in base al gruppo, e in base al gruppo strutturiamo le nostre strategie, le nostre aspettative. L’unica cosa che ci fa più paura della morte è la solitudine. Abbiamo un sistema cognitivo che genera la illusione di un essere isolato e indipendente, l’individuo, con un suo personaggio che chiamiamo ego. Ma siamo uniti al gruppo, la nostra cultura è collettiva, la nostra conoscenza è collettiva, la nostra coscienza è collettiva. L’evoluzione non ci ha preparati a questo, tutto il contrario, ci ha preparati a credere al nostro ego, ossessivo ed emozionale. Nemmeno la scuola o le istituzioni ci hanno preparato a questo. No, credo che in questo caso deve essere l’individuo che si impegna in una crescita personale, poco a poco, un compromesso con se stesso e con la propria vita, per arrivare ad ottenere la maggior libertà e autonomia possibile.
Ci sono tanti percorsi di crescita e sviluppo personale. Per quanto mi riguarda, credo per esempio che le pratiche meditative siano indispensabili. Solo se un individuo è capace di avere una certa autonomia e una certa capacità di osservazione, sarà possibile poter approfittare di quella libertà positiva di cui parla Eric Fromm, dove la solitudine non spaventa, dove le relazioni sociali sono nutritive, e dove la persona può rispondere consapevolmente alle situazioni, e non reagire compulsivamente senza avere la possibilità di capire cosa stia succedendo. E attenzione, qui non si tratta di tutto o nulla, ma di valori intermedi: tutti possiamo migliorare la nostra qualità della vita, la nostra consapevolezza, e anche un cambiamento minore può generare una rivoluzione nel benessere individuale e collettivo.
Il primo dovere di una società, allora, è di mettere a disposizione le risorse per chi volesse utilizzarle. Se qualcuno decide di intraprendere un cammino distinto, è importante che la società lo aiuti a trovare gli strumenti. La porta sempre aperta: chi vuole, entra. E, a parte questo, evidentemente l’esempio: l’esempio è il motore della motivazione. Possiamo spiegare con parole o con concetti, promuovere, invitare, convincere, ma alla fine quello che pesa di più è l’esempio, dare l’esempio. Spesso il resto viene da solo. Anche se magari ci vuole il tempo che ci vuole, e la meta non è garantita. Ma questo già non dipende da noi.
Secondo lei è possibile trovare un collegamento tra i suoi studi sull’evoluzione del cervello umano e i programmi di alfabetizzazione mediatica per aiutare le persone a capire meglio se stesse e il loro rapporto con le tecnologie?
Sicuramente l’attenzione è un fattore chiave. In un bellissimo libro, L’Attenzione Rubata, Johann Hari ci presenta dodici aspetti che stanno logorando la nostra attenzione. Molti di questi fattori hanno a che vedere con i media e con il mondo digitale. Addestrare l’attenzione automaticamente protegge contro molti eccessi, e contro molti abusi. Allenare l’attenzione vuol dire prevenire, che come sappiamo è sempre meglio che curare. Senza una attenzione capace e cosciente, non credo che possiamo pensare di alfabetizzare gli individui con corsi, avvertimenti, informazioni sparse e anatemi. Credo che bisogna investire in uno sviluppo del sistema attenzionale, è possibile che poi le cose si vadano regolando da sole. Fondamentale dare le informazioni e la conoscenza, ma senza aver fertilizzato il campo previamente con una dose adeguata di attenzione, probabilmente il raccolto sarà del tutto insufficiente.
Pagina web professionale:
https://paleoneurology.wordpress.com/
Pagina web personale:
https://lagraticoladisanlorenzo.wordpress.com/
La Mente Oltre il Cranio (libro):
https://www.carocci.it/prodotto/la-mente-oltre-il-cranio
L’origine di una mente moderna: corpo, visione, e attenzione (video):
https://youtu.be/VZDeq7MIbyA?si=imUc4_Rp11wC9ZNj