Di Damiana Biga
Nel panorama della robotica e dell’intelligenza artificiale, Fabio Bonsignorio è una voce autorevole che esplora i confini tra uomo e macchina. Laureato in ingegneria meccanica, è fondatore e CEO di Heron Robots e vanta un’impressionante carriera accademica, con ruoli di rilievo presso l’Università di Zagabria, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università Carlos III di Madrid.
Esperto di robotica avanzata, Bonsignorio è impegnato nella ricerca sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale, esplorando come i sistemi autonomi possano trasformare la società. Con il suo lavoro, getta luce sui confini tra uomo e macchina, offrendo spunti preziosi per comprendere il futuro delle tecnologie e il loro impatto culturale, sociale ed educativo.
Lo intervistiamo per approfondire come le sue ricerche relative al rapporto tra uomo e macchina possano aiutare a sviluppare strategie che preparino le nuove generazioni a interagire con un mondo in cui le macchine intelligenti giocano un ruolo sempre più centrale.
Lei lavora nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale. Come ritiene che queste tecnologie possano influenzare la nostra capacità di distinguere tra realtà e finzione nell’informazione?
I sistemi di intelligenza artificiale cosiddetta ‘generativa’ sono in grado di produrre testi, foto e video molto ‘plausibili’ e ‘realistici’, soprattutto in quanto possono contare su dati ‘abbondanti’, come accade tipicamente per l’informazione di massa. Questo può rendere molto difficile distinguere la ‘realtà’ dalla ‘finzione’ (ad es. una foto ‘autentica’ da una ‘generata’ da un algoritmo). Non solo, questa capacità si unisce a una possibilità di ‘personalizzazione’ delle notizie e della loro distribuzione, e degli ‘stimoli’ diretti a generare una risposta emotiva, che va ben oltre quanto possibile in passato.
Questo diventa molto pericoloso in un contesto in cui la fortissima concentrazione (e i legami con gruppi oligarchici economici e/o politici) dei media tradizionali (insieme al loro uso spregiudicato) ne ha eroso fortemente la credibilità. La combinazione del controllo oligarchico dei media tradizionali con un uso efficace dei social network permette livelli di manipolazione della pubblica opinione che fanno impallidire quelli denunciati da Noam Chomsky e Vance Packard decenni orsono. Entriamo, siamo già entrati, in acque molto pericolose per le fragili e ancora embrionali democrazie costruite dalle passate generazioni.
Citizen journalism e blockchain
D’altro canto le stesse tecnologie che consentono la produzione di contenuti testuali e multimediali ‘falsi’ (i cosiddetti ‘deep fakes’) permettono anche la produzione di contenuti di alta qualità a costi molto bassi, permettendo anche a gruppi con poche risorse di produrre informazione di qualità, al limite del ‘citizen journalism’ (una situazione in cui i cittadini producono e distribuiscono le notizie senza intermediari).
Questo rende più difficile la vita dei ‘dinosauri dell’informazione’ e apre prospettive di emancipazione collettiva e ‘giornalismo dal basso’, anche queste senza precedenti, in positivo però. Non solo, nuove tecnologie digitali come la ‘blockchain’ permetteranno in un futuro prossimo di ‘pagare’ il lavoro giornalistico (e in generale ‘creativo’), senza l’intermediazione dei grossi media o delle piattaforme (Facebook, Instagram, Amazon, TikTok ecc.), contribuendo a minare il loro potere economico, culturale, sociale e infine politico.
L’interazione crescente con sistemi intelligenti richiede nuove competenze. Quali elementi dell’alfabetizzazione mediatica ritiene fondamentali per educare i giovani a una fruizione consapevole delle tecnologie?
Credo che sia fondamentale l’educazione al pensiero critico e autonomo. La metodologia e la mentalità propria della scienza – non solo i suoi contenuti – devono diventare un patrimonio comune. Così come il cittadino medio di qualunque età, anche quando non sia attivo in qualche specifico ambito di ricerca, deve essere messo in grado di conoscere e valutare sia lo stato delle conoscenze scientifiche attuali sia i nuovi avanzamenti.
Questo richiede forti miglioramenti e cambiamenti nell’ educazione sia delle nuove generazioni che di quelle oggi adulte. Più Montessori, più Don Milani, più Piaget e …più Feynman! La conoscenza e la pratica della scienza (magari mediante la ‘citizen science’) sono stimoli estremamente potenti del pensiero critico.
Il concetto di autonomia nei robot può offrire spunti per riflettere sull’autonomia del pensiero umano. Come possiamo usare questi parallelismi tra uomo e macchina per stimolare il pensiero critico nelle nuove generazioni?
Abbiamo ancora serie difficoltà a capire l’ ‘autonomia’, probabilmente per limitazioni sia scientifiche che filosofiche. La maggior parte dei robot realizzati finora sono progettati seguendo un modello ‘cartesiano’ che distingue la ‘mente’ (programmi che ‘girano’ in un computer) dal ‘corpo’ (un insieme di parti di metallo o plastica azionati con un controllo dall’alto in basso da motori elettrici o idraulici). Animali e piante sono ‘organizzati’ in maniera differente: l’auto organizzazione e l’evoluzione per tentativi ed errori hanno un ruolo fondamentale, e altrettante importanza ha l’ ‘embodiment’ cioè il legame stretto tra ‘mente’ e ‘corpo’.
Nel suo lavoro con Heron Robots e nella ricerca accademica, quali sono le applicazioni dell’intelligenza artificiale che considera più promettenti o rischiose per l’educazione e la consapevolezza mediatica?
Questo fa pensare che indurre i giovani (e gli ‘anziani’ che ancora non hanno imparato a farlo) a ‘pensare con la propria testa’ e a ‘fare i propri errori’, ‘provare strade nuove’, e anche ‘fare sport’, sia la cosa giusta (non a caso ho citato sopra Montessori e Feynman, potrei aggiungere Freire).
Paradossalmente, l’autonomia di pensiero può portare persone di cultura umanistica e scientifica non solida a credere in tesi poco plausibili (vedi terra piattismo, teorie cospirative poco plausibili, scie chimiche, no vax, ecc.). Quindi questo modello educativo (che accompagna i cittadini per tutta la vita) richiede molto più lavoro e attenzione sia per i discenti (tutti noi quando usciamo dal nostro campo specialistico) che per i docenti (quelli che devono condividere le loro conoscenze avanzate e specialistiche).
AI generativa e infosfera
L’IA generativa è forse, come accennato sopra, la tecnologia che può avere un impatto immediato maggiore nella ‘infosfera’. Credo che la pratica, fin dalle elementari, di pensare e costruire ‘robot intelligenti’, per cominciare a livello amatoriale o scolastico, possa essere uno stimolo potente sia verso il pensiero critico, sia verso la fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, che va rafforzata nelle persone, di potere ‘incidere sul mondo’ e ‘cambiarlo’, anche in senso fisico non solo dicendo ‘belle parole’ o scrivendo ‘bei testi’.
È importante che le persone capiscano le proprie possibilità, limitate, ma molto maggiori di quanto siamo abituati a pensare. Penso al Kant di ‘Cos’è l’Illuminismo’ (‘L’uscita delle persone da uno stato di inferiorità imputabile a loro stesse..’) o al John Lennon (e i Green Days) di ‘Working Class Hero’. Penso guardando all’attualità anche al Kant della ‘Pace Perpetua’, e al Lennon di ‘Imagine’.
Guardando al futuro, crede che sia possibile una simbiosi etica tra uomo e macchina intelligente? Quali competenze dovremmo insegnare ai giovani per costruire questa relazione in modo responsabile?
Sì, penso assolutamente che sia possibile una simbiosi etica tra umani e macchine intelligenti. Le attuali generazioni, ‘noi’, dovranno fare scelte difficili in condizioni di grave incertezza e pericolo (lo vediamo ogni giorno). Se faremo le scelte ‘giuste’ porremo le basi per un nuovo Rinascimento, di massa, questa volta, che potrà andare molto al di là sia artisticamente che umanamente che scientificamente di quello giustamente celebrato di secoli passati.
I giovani (ma anche gli ‘anziani’) devono imparare il ‘pensiero critico basato sui fatti’. Anche a fidarsi dei propri ‘sentimenti’ (inclusi quelli di solidarietà e di giustizia). E’ un percorso, non una destinazione, non si è mai sufficientemente ‘preparati’, ‘critici’ , ‘oggettivi’ e ‘giusti’. Più aumenta il nostro ‘sapere’, più ci rendiamo conto della nostra ‘ignoranza’.